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Un Ironman a tutta birra (letteralmente)

“Swim ride and run like anything… because anything is possible. Vai uomo”. L’Sms benaugurante di Aldo Rock, il giorno prima del mio Ironman a Cervia, è stato un po’ il mantra di tutta la giornata. Non pensare al passato, né avere paura di quello che verrà ma vivi l’attimo presente. Stai nel presente, uomo… ‘cause anything is possible. E così, passo dopo passo, cercando di meravigliarmi per quello che mi capitava nell’attimo presente di questa lunga giornata di sport e di incontri, sono arrivato a quattro. La quarta medaglia di un triathlon lungo portata a casa (dopo IM Zurich, Challenge Venice e l’Elbaman)

</span></figure></a> The Start (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)
The Start (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)

, a 52 anni. Un Ironman, per giunta: il primo organizzato in Italia dall’omonima società della M con il pallino. La prima edizione di Ironman Italy si è svolta con successo il 23 settembre scorso a Cervia, Emilia Romagna. Con 2.500 partecipanti, il 70% stranieri. Una gara sold out da mesi. Mare. Sole. Luce. Stormi di fenicotteri rosa nelle saline attorno a Cervia. Con strani animali bipedi su strane bici in fila sullo sfondo. Eppoi: vento contro. Mal di schiena, sudore madido e tanta fatica.

Volevo conquistare questa dannata medaglia di finisher. Non per quello che vale – un pezzo di metallo – ma per ciò che significa per me, il suo reale valore. Un traguardo non affatto scontato. Soprattutto per le premesse: una settimana fa non riuscivo a camminare per il dolore intenso a un ginocchio, incriccato dal troppo allenamento forse, o semplicemente segnale del tuo corpo che sta lì a ricordarti che gli anni passano. E’ successo che dopo un’oretta di corsa “fatta a sensazione”, un allenamento di rifinitura, come mi aveva suggerito il mio coach Matteo Torre, “coach Tower”, ho sentito che qualcosa non andava. A proposito, per la prima volta nella mia vita ho seguito, o almeno cercato di seguire, le indicazioni di un allenatore professionista (grazie Matteo! per l’aiuto prezioso e la pazienza), nel mio modo un po’ casuale e naif con cui da sempre vivo la preparazione delle mie “gare” di endurance. Così dopo la corsa, a pochi giorni dall’Ironman, zoppicavo: la parte davanti del ginocchio sinistro mi faceva male. Ho deciso di fermarmi. Stop assoluto. Anche se da programma avrei avuto ancora dei lavori da fare. Ascoltando i segnali del corpo, e i consigli di Paolo Noè, appassionato runner e soprattutto massaggiatore-mago dei ciclisti professionisti per una ventina d’anni (Paolo, per dire, curava le gambe di Pantani al Giro d’Italia dopo le sue vittorie e le sue salite fatte in volata)… dopo tre giorni ho ripreso a camminare. Ma da lì, dal non sentire più male a pensare di concludere una gara come un’Ironman, senza dubbi e senza aver paura che quel dolorino risalterà fuori, passa un Oceano. I dubbi e l’incertezza regnavano nella mia mente come fantasmi prima della partenza e nella lunga notte che l’ha preceduta, nonostante i messaggi di incitamento del guru Aldo Rock.

</span></figure></a> L’uscita dall’acqua di alcune atlete (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)
L’uscita dall’acqua di alcune atlete (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)

La giornata è cominciata nel migliore dei modi. Sole e bel tempo da subito. Mare piatto. E un’organizzazione tedesca senza sbavature. Il colpo d’occhio della zona cambio è notevole. Una lunga striscia d’asfalto sul lungomare di Cervia, davanti al bagno Fantini, con migliaia di biciclette attaccate. E poi tanti atleti vestiti in modo bizzarro, di tutti i colori. Un panorama inconsueto per i frequentatori della località balneare romagnola. E poi la partenza, sulla spiaggia. Divisa in griglie a seconda del tempo. Con tutti i 2500 age group inseriti in un’area dedicata per evitare l’eccessivo affollamento in acqua. Partono i pro, le donne e poi tocca a noi. Oddio, un po’ di affollamento in acqua c’è stato. Di solito, nelle mie altre esperienze sulla lunga distanza gli atleti difficilmente si toccano. Rispetto agli sprint e agli olimpici c’è una forma strana, non detta, ma c’è nell’aria, di timore per l’altro, il compagno di gara che non è un avversario ma un atleta che come te sa che lo aspetta una grande e lunghissima avventura nella quale può avvenire tutto e il contrario di tutto. Per questo le botte non se ne prendono tante. A questo giro non è andata così. Almeno per me. Qualche spintone, bracciate sulla testa, sulle gambe, calci qua e la li ho presi e forse, involontariamente, l’ho anche dato. Non si riusciva a nuotare bene per quanti eravamo in acqua. Un lungo serpentone di umani, più simili a strani pinguini con le mute nere e le cuffie rosse in testa. E’ andata bene. Sono uscito dall’acqua come pensavo dopo un’ora e 18 minuti con il gps che segna 3,9km. A quel punto: un paio di chilometri di corsa – una transizione lunga rispetto al solito – con ancora le mute addosso e si arrivava alla zona cambio. Qualche minuto. E via a tutta in bici.

</span></figure></a> La seconda frazione in bici, lungo le saline di Cervia, un percorso veloce con i fenicotteri rosa sullo sfondo, in mezzo all’acqua. (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)
La seconda frazione in bici, lungo le saline di Cervia, un percorso veloce con i fenicotteri rosa sullo sfondo, in mezzo all’acqua. (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)

La seconda fase della gara – i fantomatici 180 chilometri di corsa da soli, senza scia – prevedeva due giri da 90 km – in realtà erano 184 km, interminabili – quasi tutti in pianura con una salita di 4-5 km, arrivati ai 60 chilometri del giro all’incirca. Qui ho visto diversi triatleti salire a piedi con la bici in mano, come neanche sul Galibier. Strano. Io ho cercato concentrato sullo sforzo delle pedalate continue, nel presente, di stare sulle mie medie: 33-34 km all’ora. Senza spingere al massimo. Almeno al primo giro. Pensando alla lunga giornata che mi aspettava, sempre sulle 85-90 pedalate al minuto. Forse troppo agile. Non so. Forse avrei fatto bene a spingere tutto nei primi km perché alla fine del primo giro, più o meno al km 90, è cominciato il mio personale calvario. Non so se per la rigidità della bici da crono o per la posizione aerodinamica. Non so se per il fondo stradale in condizioni pessime a tratti  (avviso ai naviganti, ai politici dell’Emilia Romagna che hanno voluto tanto questa gara: per i prossimi Ironman a Cervia asfaltate meglio le strade, vi prego: è una cartolina della vostra regione considerando tutti gli stranieri presenti. Ho schivato buche e tagli sull’asfalto sulla superstrada per e da Cesena che neanche nelle mulattiere alpine…). Fatto sta che a quel punto mi è venuta voglia di ritirarmi, di mollare tutto e mandare all’aria i lunghi mesi di preparazione per il mal di schiena. Micidiale. Non tanto per la fatica ma per la posizione allungata sul manubrio che non riuscivo più a tenere.

Mi sono forzato per concludere il primo giro. E arrivato a Cervia a girare verso la freccia che indicava l’inizio del secondo giro. Senza scegliere la via più comoda e più desiderata dello stop ai box, che qualche angolo della mia mente, parte del mio corpo e tutta la mia schiena mi incitava di fare. Non so se è stata la decisione giusta – neanche ora che ho tra le mani la medaglia di finisher ne sono convinto –  ma, come diceva Robert Frost, nella sua celebre poesia: “Due strade divergevano nel bosco ed io/ ed io presi la meno battuta / e questo ha fatto tutta la differenza”.

</span></figure></a> La frazione in bici lungo le saline di Cervia (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)
La frazione in bici lungo le saline di Cervia (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)

Insomma a questo punto non si può più ripensarci: per tornare indietro devo concludere il secondo giro. Tocca farlo quest’Ironman. Allora mi concentro sulla pedalata e non penso agli aghi che mi tormentano nella parte bassa della schiena. Ogni tanto mi fermo. Capitato quattro, cinque volte. Per un minuto almeno. Appoggio la bici. Mi allungo a un albero o a una macchina per fare un po’ di stretching. E riparto abbassandomi di nuovo nella posizione da crono.

Il tempo a questo punto è diventata una variabile difficile da controllare. La velocità scende un po’. Dentro di me mi ero riproposto di non andare mai sotto i trenta all’ora. Riesco a mantenere la velocità quando riparto. Ma dopo qualche chilometro la schiena ricomincia a tormentarmi. E allora mi alzo. Appoggio le mani sulla parte bassa del manubrio, addirittura sui poggiagomiti. E cerco sempre ostinatamente di far girare le gambe, ma la velocità cala. La cosa strana è che la salita è uno dei tratti dove mi stanco meno, nonostante la pendenza a tratti al 7-8%. Perché sto sui pedali e la schiena si allunga. Mi sembra di riposare un po’ in salita. Così cerco di fare lungo la discesa fermando le gambe. Il tormento alla schiena ritorna a farmi visita nei lunghi rettilinei che riportano a Cervia e al suo parco naturale, alle saline abitate in questo periodo da centinaia di fenicotteri rosa. Davvero spettacolare. Da reportage fotografico per National Geographic. Il vento contrario che arriva dal mare rende più difficile a tutti i triathleti l’impresa di portare a termine la seconda frazione di gara. Arrivo nella zona cambio una ventina di minuti dopo quello che avevo pensato: più di 6 ore e mezza. Comunque sono ancora sotto le otto ore. Considerando i tempi dilatati della maratona potrei chiudere ancora bene, per i miei standard.

Alla zona cambio sto per ripartire quando arriva un mio compagno di squadra, Stefano Rotella. Lo vedo scarico, più di me. Di solito mi dava la birra nella frazione in bici. Mi fa: “Io la faccio tutta di passo, non ne ho più e non sono sicuro di farcela a finirla tutta”. E io, non so se per il mio lato crocerissino, ma più forse perché non ne avevo più voglia di stare concentrato sulla prestazione, quasi con sollievo, gli faccio: “Dai che ti aspetto: la facciamo insieme”. E così è. Cominciamo a correre i primi chilometri. Mi sento bene, in fondo. La schiena archiviata la posizione a testa bassa della bici, non fa più male ora. Un po’ le gambe, i muscoli tirati come corde di violino, ma lo so: è “normale” dopo una cosa del genere. Basta non pensarci. Cerco di stare sui 5.40 a km che poi so diventeranno 6’, 6 e 30… Stefano non ingrana. Sembra proprio in crisi. Ci fermiamo. Camminiamo a tratti e poi ripartiamo. Tuto il primo giro va avanti così. E incontriamo altri “fantasmi” come noi che camminano e corrono, camminano e corrono. Al secondo giro il mio socio mi dice che la cammina tutta. Io non ce la faccio così. E davvero troppo piano. Cerco di incitarlo: “Vai avanti tu, fai tu la lepre e quando non ce la fai cammina e io arrivo da dietro”. I chilometri passano come i grani di un lungo rosario da sgranare. Sulla strada incontro anche Vittorio Tritto, sorta di Bud Spencer del triathlon, gigante buono di Pescara. Anche lui cammina e corre, ma sta un po’ meglio di Stefano e va. A un certo punto perdo tutti e due. Ma è così che succede. E’ difficile andare insieme in una gara del genere. Alla fine Stefano riesce a prendere un suo ritmo e va, arriva in fondo credo una trentina di minuti prima di me. Vittorio invece lo recupero alla fine del secondo giro. Sembra un pugile suonato. Straparla. Mi dice che gli gira la testa che non si sente male e che, anche lui, vuole mollare. No, non si può mollare a questo punto. Dai si va avanti assieme, tanto ormai chissene’. Bello poi l’invito del mio allenatore che finalmente a un passaggio di uno dei quattro giri della corsa riesco a salutare: “Goditela”…

</span></figure></a> Ad ogni giro un braccialetto colorato. Dopo quattro braccialetti, finalmente, puoi andare verso l’arrivo (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)
Ad ogni giro un braccialetto colorato. Dopo quattro braccialetti, finalmente, puoi andare verso l’arrivo (Photo by Bryn Lennon/Getty Images for IRONMAN)

Il terzo giro è davvero un calvario per Vittorio che cammina, cammina e per me che gli sto vicino. Forse dovrei andare, riprendere a corricchiare. Ma in fondo davvero che importa il tempo: una settimana fa non riuscivo a muovere il ginocchio. A me importa arrivare in fondo al primo Ironman italiano. Mettermi quella dannata medaglia al collo. Ho un sacco di tempo ancora prima che scatti l’ansia da “rischi di stare fuori tempo massimo”. E così continuaiamo con vittorio che nel frattempo è diventato un amico, momenti che ricorderò per sempre quando ripenserò a questa gara, con la fatica condivisa e il racconto delle nostre vite… A un certo punto Vittorio mi dice che ci vorrebbe forse una birra per riprendersi  un po’. Una birra durante un Ironman? Beh è successo anche questo.

Ci siamo fermati a uno dei ristoranti che si susseguono lungo il porto canale di Cervia. “Ci dà due birre, non ho i soldi dietro. Ma parola da marinaio: domani mattina, dopo la gara, giuro che glieli porto”. L’uomo ci fa servire le due birre. Piccole eh! Ma le beviamo quasi tutte di un fiato. In effetti la birra è corroborante e ti tira su. Il gigante buono Vittorio sembra rinsavito, non sparla più e ricomincia a correre. Segno che la pressione è risalita (se fosse svenuto sai che fatica tirarlo su: anche perché lungo il percorso della corsa non ci sono postazioni di assistenza medica, forse al traguardo, ma bisogna arrivarci). Dai ci siamo. Siamo al quarto giro. Manca poco.

“Dai Vitto’, facciamo che mo’ che arriviamo alla pineta corriamo per tutto il tratto sterrato”. E così facciamo. Ma poi Vittorio non si ferma. Dopo un po’ scompare anche lui. E allora, quando siamo più o meno al 38 km comincio, finalmente mi decido, a correre a tutta. Voglio arrivare. Dopo un po’, uno degli ultimi rettilinei riprendo Vittorio: vuole arrivare anche lui. “Ti avrei aspettato prima dell’arrivo ma non mi voglio fermare più perché non sono sicuro di riuscire a ripartire”.

Gli ultimi due chilometri li facciamo a tutta. Arriviamo sospinti da qualche angelo custode che fa gli straordinari a tutta velocità al traguardo riprendendo sulla strada qualche fantasma che ci precede. Nella foto all’arrivo si vedono due triatleti che tagliano il traguardo e si mettono a quattro zampe.

arrivo

 

Bacio la moquette dell’arrivo e finalmente arriva, questa sudata medaglia. Bella lì. E’ stata una bella avventura.

arrivocervia

All’arrivo con l’amico della Propatria Stefano Rotella

 

 

P.S. Il giorno dopo, come promesso, sono tornato al porto canale di Cervia per pagare le due birre. Ho percorso a piedi due volte la lunga spianata di locali, pizzerie e ristoranti. Non ci crederete: non sono riuscito a ritrovare il ristoratore che ci aveva accolto e offerto le due birre. Era sparita la pizzeria o l’avevano riverniciata nella notte? Certo il mio socio Vittorio non stava bene, ma anche io evidentemente non ero troppo più lucido di lui. Anything is possible.

  • tim |

    Contratulazioni per avere finito il tuo ennessimo Ironman Riccardo. Mi spiace non averti incrocciato. E’ stato emozionante per me essendo il primo. Tim.

  • Massimo D'Angelo |

    Grande Riccardo… mi hai emozionato!!!
    Sono tornato con la mente alla nostra Oetztaler…
    Ti abbraccio con affetto amico mio!!!

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