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Bam, ovvero viaggio nell’Italia minore non devastata dal cemento

La scorsa settimana si è svolto attorno alla Rocca di Noale, in provincia di Venezia, il Bam, festival europeo dei ciclo viaggiatori arrivato alla seconda edizione. Ho fatto di tutto per esserci, pur se solo per qualche ora. Ero stato alla prima edizione a Livigno assieme a mio figlio Simone, con cui l’anno prima avevamo pedalato lungo l‘Avenue Verte che collega Parigi a Londra. Alla sera, davanti a un falò, su un piccolo palco, tra panini e birre, ci si raccontava di viaggi, strani e sognanti. E noi avevamo raccontato il nostro. Viaggi come quello di una famiglia che con i figli piccoli era partita per la Patagonia, prendendo aspettativa dal lavoro e dalle vite di tutti i giorni. O come, ancora, quella di quel ragazzo abbandonato  dalla fidanzata (“lavoravamo tutti e due a Pechino, a un certo punto mi sono ritrovato da solo in un paese stranier0…”.) che per dare una svolta alla depressione decide il giorno dopo di tornare in Italia, da Pechino, in bicicletta lungo la via della seta di Marco Polo. Un viaggio durato un anno. Viaggio di scoperta e di rinascita. Insomma al Bam si incontra gente così. E io volevo esserci per essere contagiato dall’energia positiva di questi simpatici biker, un po’ hipster, un po’ sognatori, che girano per il mondo a 15-20 km all’ora, con la testa all’insù, carichi di borse, di voglia di vivere e di incontrare gente. Incontrarsi vis à vis che in un’epoca di contatti virtuali comincia a diventare una cosa anomala e preziosa. E di cui ti rimane il sapore addosso. Come tutte le cose belle.

Così giovedì scorso sono partito dal mio borgo tra i “borghi più belli d’Italia” Cassinetta di Lugagnano, in autosufficienza per la prima volta con la mia bici Trek da viaggio, le borse, la tendina e il sacco a pelo: una trentina di chili di peso più i miei ottanta da spingere con i pedali e con la forza del cuore, da solo, destinazione Padova. A dire il vero, via Facebook, cassiavevo provato a mettermi in contatto con Paola Piacentini conduttrice di Pungiball, la trasmissione dedicata ai bici-sognatori di Radio Popolare e con Willy Mulonia che avevano i miei stessi propositi pedalatori (andare al Bam partendo da Milano in bici), ma poi per una serie di incroci mancati e di orari spostati non siamo riusciti a trovarci. E così, sono partito da solo, nel primo pomeriggio, con un sole agostano, e la voglia di  arrivare.

Il cicloturismo, come il cammino, è una sorta di pellegrinaggio. Vedi posti, attraversi mondi, passi accanto a persone che non conosci, alle loro vite. Allo stesso tempo, pedali, vai avanti e ti immergi dentro la tua interiorità, il tuo mondo. Ad ogni pedalata ti perdi di più nei tuoi pensieri, nei tuoi problemi. L’ho già sperimentato tante volte, ma ogni volta sono stupito dal riprovarlo: una lunga pedalata in solitaria diventa una sorta di percorso di purificazione da tutto quello che ci inquina l’anima nelle nostre vite di corsa e di cose da fare per forza. Così è stato per me in questa due giorni di avvicinamento al Bam. Ci ho messo un po’ di giorni a elaborare dentro di me questo processo, e ancora un altro po’ ad avere voglia di metterlo su carta, benché virtuale e di condividerlo. E’ stato un bel viaggio. Circa 300km attraversando la pianura padana, che è uno dei posti più cementificati d’Italia con il mito della produzione e dello sviluppo economico, condannata al cemento e ai capannoni.

Sono partito dal Naviglio Grande e il primo approccio con i capannoni e i centri commerciali l’ho avuto a Corsico per attraversare Milano, con il suo traffico, e raggiungere l’attacco del Naviglio della Martesana. Emartesana‘ strano partire dal silenzio immersi nella natura e nelle placide acque del Naviglio e ritrovarsi, piccolo granello di polvere tra tanti, perso nel traffico della metropoli. Sono riuscito non senza fatica a raggiungere dopo un’ora di pedalate via Melchiorre Gioia. Da lì, via ciclabile, ho preso la Martesana.

E’ stato un viaggio di scoperta. Perché non conoscevo i posti che avrei incontrato. Ho raggiunto dopo un paio d’ore Cassano d’Adda  scortato da un cicloamatore in mtb incontrato sul Naviglio che mi ha fatto scoprire le bellezze del suo centro storico. Qui, nel paese di Gianni Motta, sono tutti eccitati per l’attesa del Giro d’Italia che arriverà tra qualche giorno.

Dopo Cassano ho preso la via verso Sud Est, cercando di allontanarmi più possibile dall’autostrada e dai suoi capannoni industriali.

Verso sud si incontrano piccoli paesi, si incontra la pinaura padana agricola e gli allevamenti della bergamasca e del bresciano. Si aprono borghi, sorgive, antiche chiese, boschi, aree verdi. Ho sfiorato Treviglio e poi Caravaggio, Romano di Lombardia. E’ quasi sera, pensavo di arrivare fino a Frontignano e al suo Centro Mariapoli e di chiedere di dormire lì montando la tenda nel prato dietro la cascina. Ma ragionare è un conto e pedalare un altro. Non mi andava di montare la tenda in mezzo a un campo. Tuttavia il sole cominciava a scendere e qualche cosa dovevo inventarmi. Alle 8 passate sono arrivato, attraverso una piccola a strada di campagna, nel bel paesino di Pumenengo. Ho chiesto a un passante se c’era un campo sportivo o un oratorio dove montare la mia tendina “in sicurezza”. Mi ha invitato a raggiungere la chiesa parrocchiale. E così ho fatto. Ho suonato e don Angelo, donangelosenza conoscermi, mi ha accolto calorosamente come un pellegrino. Trovare una casa in ogni chiesa, non è male come sensazione. E’ andata un po’ così. Mi sono presentato. Don Angelo mi ha aperto le porte. E così, stanco morto dopo circa 100 km a pedalare da casa mia fino al limitare della provincia di Brescia, ho sistemato le mie cose. Parcheggiato la bici nel garage della canonica, montato la tenda sul tartan del campo di calcetto dietro l’oratorio. E già faceva buio. Come le galline, avevo solo voglia di dormire e di stendermi. Ho chiuso la tenda, mi sono avvolto nel mio sacco a pelo. Stanco, anzi stanchissimo, ma felice per la strada e i luoghi e le persone che avevo incontrato in quel primo pomeriggio di avvicinamento al Bam.

All’indomani, alle prime luci, mi sono congedato da don Angelo, dopo questa bella foto in memoria dell’incontro fortuito e, spero, reciprocamente “arricchente” e sono ripartito verso Est. Attraversando la Bassa Bresciana: Rudiano, Meclodio, Casaglia. Sono arrivato dopo un paio d’0re a Brescia.

L’Italia dei borghi e delle campagne, l’Italia minore è quella più bella da visitare per un turista, a piedi e in bici. L’agricoltura ha salvato il paesaggio.bergamo Invece quando ti avvicini in qualsiasi città italiana, dalle piccole alle grandi, lo spettacolo è deprimente. Sempre uguale. Ti avvicini e si fanno più frequenti i capanoni, i centri commerciali e i grandi negozi delle catene della gdo, tutti uguali. Tutti anonimi. Aumenta il cemento e il il fiume di auto che si fa inghiottire dalla città. Attraversare Brescia non è stato facile: ho rischiato in un paio di incroci di prendere per sbaglio pezzi di tangenziale. Passata la Leonessa ho preso con decisione la strada verso il Lago di Garda. Ricordo di aver attraversato, nell’ordine, Rezzato, Ponte san Marco, Lonate, Desenzano, Peschiera e da lì attraverso la strada regionale Bresciana ho fatto lo sbaglio della giornata di prendere una strada stretta e troppo trafficata per arrivare a Verona (se vi dovesse capitare di dover rifare questa strada, scegliete più a sud le strade di campagna che collegano il lago di Garda a Verona: sarà molto più bello arrivare senza lo stress del traffico e il pericolo di finire travolti sotto un’auto).

Da Verona a Padova, con il rischio di non arrivare in tempo, alla fine ho deciso di prendere il treno. E’ un po’ un casino prendere il treno con una bici e le borse. I regolamenti ferroviari non aiutano. Puoi salire sui treni regionali nel vagone dedicato alle bici. Ma non su quelli veloci dove sei obbligato a smontare le ruote e a impacchettare la bici, dicono loro, per motivi di sicurezza. Per fortuna il mio treno era regionale: sono riuscito a salire e ad arrivare in tempo a Padova per l’imbrunire.

L’appuntamento per la pedalata notturna collettiva verso il Bam e Noale era alle 19.30, in Prato della Valle, la piazza grande dietro alla basilica del Santo. I cicloviaggiatori, in realtà, si erano dati appuntamento alle 19.30 nelle tre città vicine a Noale. C’è chi, come noi, partiva da Padova, chi da Venezia e chi, ancora, da Treviso. All’arrivo, recita il programma invitante, ci aspetta nel prato attorno alla Rocca di Noale birra artigianale, street food gourmet e musica.

A Padova eravamo una quarantina. Di tutti i tipi. Ciclisti, famiglie, coppiette, padri e figli, tutti entusiasti di trovarsi o di ritrovarsi dopo un anno. C’era Paola Piacentini di Radio Pop, che nonostante una caviglia slogata, alla fine è venuta a pedalare. esizedC’era il mio amico ski alper Fausto Seveso, con cui quest’anno in una sera di inverno assieme ad altri siamo saliti con le pelli e gli sci in notturna fino al Rifugio Pescegallo, nel cuore delle Alpi Orobie. C’era un papà con il figlio disabile, in tandem, il figlio adolescente che non pedalava ma era felice di stare insieme a tutto questo strano popolo colorato in pantaloncini e maglietta. E poi c’erano i ragazzi di La Mente Comune, una ciclofficina sociale di Padova, proprio forti che ci hanno fatto da scorta. Loro come lavoro, cooperativa sociale, aggiustano bici agli studenti e le creano, dal riciclo, per regalarle o venderle a poco agli immigrati. C’erano anche alcuni amici incontrati lo scorso anno con cui abbiamo pedalato nella nebbia del Bernina da Livigno, sfidando il freddo, l’acqua e una gioiosa incoscienza.

La pedalata collettiva, del tutto improvvisata, è stata molto bella. Un atto politico fino a quando abbiamo attraversato la città rispetto a una lunga serie di automobilisti rabbiosi in Suv costretti a rallentare per far passare questa strana processione, pacifica e gioiosa e non inquinante in bicicletta. Ho conosciuto anche Filippo Salani, mente cuore e gambe di MonoFerrara (GUARDATE IL SUO BEL VIDEO). Spiego meglio: Filippo è un appassionato di Monocicli. Pedala su delle ruote, simili a quelle che si usano nei circhi per fare giocoleria e acrobazie. Solo che la sua monoruota è gigante, e ha anche dei cambi. E su questo strano ciclo che mette allegria solo a guardarlo lui fa km e km come se niente fosse. Girando le gambe con una frequenza che neanche Chris Froome riuscirebbe. Sennò si cade e si vola. Cosa che succede, di tanto in tanto. Gli ho fatto da spalla a Filippo durante la passeggiata di 30km. Spalla morale ma anche fisica perché quando si è costretti a frenare con il monociclo se hai un punto di appoggio è più facile fermarsi e soprattutto ripartire. Tutto il gruppone ci aspettava ogni tanto e la notte e le stelle e la campagna padovana hanno fatto il resto. Faceva un po’ freddo. Io pedalo dalle 8 di mattina, e comincio a sentire il colpo. Quando passiamo vicino a boschi l’umidità si sente di più. Quando passi attraverso campagne piatte e prati si sente meno. Siamo arrivati alla Rocca dopo le 23. Grande festa per tutti. Il tempo di montare la tenda, di cambiarsi e togliersi le cose sudate. Ricordo poi di aver mangiato dei panini buonissimi in compagnia e, dopo la 3-4a birra, di aver dormito in tenda, la schiena per terra, ma mi sentivo comodo come un re.

Il Bam è davvero un bel evento per l’atmosfera che si respira e per la gente che incontri. Appuntamento al prossimo anno.