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100km del Passatore, il mio viaggio

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Subito dopo l’arrivo alla 100km del Passatore

La 100km del Passatore è la ultramaratona con la L maiuscola. Qualcuno l’ha definita “L’Olimpiade della fatica” o “l’Olimpiade della Follia”. Fatto sta che questa “ultra” che si corre da Firenze a Faenza sta alla corsa come la salita del Mortirolo sta al ciclismo o l’autodromo di Monza alla F1. Non è una gara qualsiasi. Già la formula è particolare: si parte alle 3 del pomeriggio dal centro di Firenze, l’ultimo sabato di maggio, che fa caldo, un caldo boia, si sale si sale fino al passo della Colla, al km 50, dove i gradi scendono e poi – almeno per le persone normali: i campioni finiscono la gara già all’imbrunire – arriva la notte “crucca ed assassina” e la lunga discesa che poi diventa una lingua d’asfalto che taglia la pianura fino alla piazza del Popolo a Faenza. A Faenza. Il traguardo. Il miraggio. Il sogno di tutti quelli che ci provano e che terminano la corsa nel cuore della notte, all’alba fino alle prime ore del mattino.

C’è poi la distanza che la rende unica, o quantomeno non comune: 100km, che messi uno dietro l’altro sono 100mila metri e chissà quanti passi. E poi c’è l’ambiente. Un angolo di Appennino stupendo, tra Toscana ed Emilia, rimasto intatto dalla cementificazione e le sue villette a schiera. Nei boschi del Passator Cortese, il brigante Stefano Pelloni, sorta di Robin Hood romagnolo, che nei primi decenni dell’Ottocento derubava ai ricchi e divideva con generosità i suoi bottini con la gente. C’è ancora un trenino che piano piano risale i boschi e si inerpica tra questi piccoli paesi, da Faenza fino a Firenze, che consiglio a tutti i viandanti, anche a chi non corre, ma semplicemente desidera avvicinarsi a un’Italia bellissima e poco conosciuta (per fortuna) e pertanto intatta.

Al Passator Cortese dal 1973 è dedicata questa stramba e particolare gara, arrivata quest’anno alla 43esima edizione. E’ nata per caso. Da una scommessa pazza tra alcuni amici. Così ne racconta la genesi il mio amico runner, triathleta/giornalista, Antonio Ruzzo, nel suo blog: “Un’idea folle che all’inizio rimase in un cassetto ma che poi una sera prese corpo nella “Cà de Bè” a Bertinoro, davanti a una piadina al prosciutto e una bottiglia di Sangiovese. Lì, a tavola, si buttò il seme. E a buttarlo quel seme furono quattro appassionati della corsa che avevano in testa un’idea meravigliosa: Alteo Dolcini, forlimpopolese di nascita e segretario generale del Comune di Faenza, Francesco Checco Calderoni, faentino doc, assicuratore e presidente della sezione dell’Unione Operaia Escursionisti Italiani, Renato Cavina, giornalista di Stadio e della Gazzetta dello Sport e Carlo Raggi, giornalista del Resto del Carlino”.

Più che una gara podistica il Passatore è un viaggio. Un viaggio fuori e dentro sé. Che condividi con tante persone che incontri lungo la strada, che magari non rincontrerai mai più. Ma che vivi soprattutto, passo dopo passo, dentro di te, nella fatica, cercando le risorse per arrivare fino in fondo.

Al Passatore non vince solo chi taglia per primo il traguardo – ah, a proposito,

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complimenti a Giorgio Calcaterra, campione del mondo in carica di ultramaratona, il fenomeno, atleta umile e timido, grandissimo nella sua umanità prima ancora che nelle prestazioni, soprannominato per l’occasione Re Giorgio, che con quella di quest’anno ha vinto dieci edizioni di fila della “Olimpiade della fatica” – ma in un certo senso vincono tutti quelli che riescono ad arrivare a Faenza. Ognuno vince la propria personale sfida. Si parte. Ma nessuno può sapere come andrà fino in fondo. E questo è il bello.

Quest’anno c’ero anche io al Passatore, sono partito e infine, soffrendo ma anche godendo, sono arrivato in fondo. Per una serie di motivi, che molti di voi già sapranno – invecchiando senza volerlo, capita di ripetere sempre le stesse cose, scusatemi – questa gara era per me una sorta di chiodo fisso. Un muro insormontabile. Ci avevo provato una volta. Anni fa. Più giovane. Più allenato. Con più forze. E a un certo punto avevo rinunciato, tramortito dal sonno.

Negli ultimi annicalcaterrare ho concluso una lunga serie di gare di endurance: sono arrivato in fondo all’Ironman, terminato maratone – non le conto neanche più – granfondo di ciclismo assurde, attraversato laghi a nuoto, conquistato salite su salite sui pedali… Eppure il Passatore, questo viaggio dannato e magico nei luoghi del brigante gentile, mi è rimasto qui. Un conto in sospeso. Da saldare. Come un debito che prima o poi devi pagare. Oltre al conto in sospeso avevo un altro motivo per arrivare in fondo, più serio e importante, legato alla persona a me più cara e a un periodo complicato di cure sanitarie, di ospedali e terapie, di voglia di farcela e finalmente – è andata così – di ripartenze e di guarigione. Onorare questa sua fatica con la mia di fatica mi sembrava il miglior modo per festeggiare. Così, nonostante una preparazione così-così legata ai motivi contigenti di cui sopra e a una serie di guai fisici che mi hanno tormentato nelle ultime settimane, sono arrivato alla partenza di piazza della Repubblica. Determinato per arrivare in fondo ma anche un po’ spaventato.
Questo il film della mia gara.

Fa un caldo boia. Il Polar segna 30 gradi all’ombra, 32 al sole: non il massimo per correre.

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Parto piano, prudente, come più o meno tutti. Ma sarà per il caldo o per la paura o per tutte le due cose messe assieme mi sembra di non riuscire a ingranare. Faccio fatica. Da subito. Comincio a correre accanto ad Alessio, che viene da Valenza, ed è attrezzato per andare alla guerra. Indossa uno zainetto da trail con il beccuccio per bere e tutto il necessario per alimentarsi durante la gara, barrette, gel. Cose così. Lui ha questa particolare strategia: “Corro cinque minuti e un minuto cammino per far riposare le gambe”. Provo a seguirlo ma faccio davvero fatica perché così spezzo troppo il ritmo e ripartire non è come correre di continuo, almeno per me. Al cartello del km 5 ho la prima crisi. Psicologica, più che altro. Realizzo che sto facendo una fatica boia e sono solo al km 5 e ne mancano 95 (95 avete letto bene). Cerco di lasciare da parte questi pensieri e continuo, passo dopo passo. Dopo un po’ ci prendo gusto e comincio a correre bene. Di spinta. Non è che non faccia fatica, ma così in agilità la strada diventa più lieve. Con Alessio ci prendiamo e ci lasciamo. A volte va avanti lui. Altre lo supero e lui mi riprende. Passiamo assieme sotto lo striscione del km 30 a braccia alzate a Borgo San Lorenzo. Sono a meno di un terzo del Passatore, quasi una maratona già fatta. Ma è meglio non pensarci. Dopo il paese comincia una lunga salita. La prendo di passo, veloce, senza fermarmi. Non voglio scoppiare. Così continuo a correre fino a quando riesco, ascoltando il corpo e le sue sensazioni.

Dopo il km 40 comincia la salita che porta al passo della Colla  a 885 metri. Il mio obiettivo è arrivare in fondo, passando la notte. La mia vittoria, mi dico, sarà riuscire a vedere l’alba attraversando tutta la notte.  So già che questi dieci km li farò di passo. Ci sono passato già una volta alla salita della Colla e ricordo ci rimasi male per la sensazione di impotenza davanti alla incapacità di correre quando la strada sale e sale. Ora cammino veloce. Sereno. Senza sensi di colpa. Cercando di godere per tutte le sensazioni che si affacciano e le persone che incontro. Alessio l’ho perso. Incontro Massimiliano che viene dalle mie parti. Abita a Vermezzo, vicino Malpensa. corsacalcaterraTra qualche mese diventerà papà (vai Max) e con alcuni amici è venuto a provare questa pazza gara. Facciamo assieme, raccontandoci le nostre vite, i 10 km di salita. Arrivo alla Colla, al km 50, prima delle 10 di sera. Il mio computerino Polar mi dice che sono passate 6 ore e 42 minuti dalla partenza. Mi fermo per cambiarmi ma il bus con le borse non è ancora arrivato e mi tocca aspettare un po’ prima di riuscire a ripartire. Quasi un’ora dopo. Non mi cruccio più di tanto del tempo. L’alba è ancora lontana. Mancano “solo” 50 km. E la gara – dicono quelli che l’hanno fatta tante volte – comincia da qui. Massimiliano è andato avanti perché aveva un amico in bici che gli ha passato il cambio. Continuo da solo. La luce in testa a illuminare il buio. Ora si corre in discesa. E si corre da soli, ostinatamente. Passo dopo passo. Al km 60 mi aspettano in auto Claudia e il cane Neve che scondinzola non appena mi vede. Chissà cosa pensa. Del fatto che corro nella notte, invece di dormire come fa lei nel bagagliaio dell’auto ferma nella piazzola. Mi sento abbastanza bene ancora. Per prudenza mi fermo e riposo qualche minuto prima di ripartire. Continuo ad andare avanti fino a Marradi, che è un altro mio muro: il punto esatto in cui la volta scorsa decisi di ritirarmi.

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L’andatura comincia a diminuire e i dolori muscolari  a farsi sentire. Le gambe pesanti come marmo. Lo so che la mia preparazione non è quella che avrei voluto. Calcaterra mi aveva detto che per farla senza problemi sarei dovuto riuscire ad arrivare a 120-130 km di allenamento settimanali (lui ne fa 180). “Io – ricordo mi disse qualche settimana fa, quando gli chiesi consiglio – faccio l’ultimo lungo due settimane prima della gara perché il mio corpo si ricorda dello sforzo. Molti lo fanno tre settimane prima. Importante però non è tanto il lungo ma riuscire ad arrivare a 120-130 km a settimana”. Tradotto vuol dire fare 15 km al giorno  e poi allungare nel fine settimana. Ci ho provato. Ma il fisico non ha tenuto. Prima, in aprile, sono satto tormentato dai dolori vicino al fegato per un problema legato a una fastidiosissima tosse. Poi, nelle ultime settimane, quando caricavo, si faceva sentire il tendine di Achille. Così ho deciso di non insistere con gli allenamenti. Ho cercato di dare tempo al recupero. Per salvare il mio obiettivo di concludere la 100. Solo che nella corsa nessuno ti regala niente. E se non sei allenato come dovresti, c’è poco da fare, devi compensare con il resto: il cuore, la testa. Così ho fatto.

Sono transitato al km 70 che erano passate 10 ore e 15 minuti,

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ancora in linea con il mio obiettivo personale (che ti fai nella testa ma che poi applicare alle gambe quando sei in strada non è esattamente la stessa cosa) di arrivare in 14 ore. Dai Ric, mancano solo 30 km. Sono tre ore di corsa. Ebbene, amici non è andata così. Sono arrivato a Faenza dopo 18 ore. 18 ore sulle gambe. Gli ultimi 30 sono stati un calvario perché, per via di una serie di dolorosissime vesciche grandi come olive che sono venute fuori sotto la pianta dei piedi, di tutti e due i piedi, non riuscivo più a correre ma neanche quasi a camminare. Ecco la gara è cominciata qui. La mia personale Olimpiade della fatica. Camminavo, cercavo di farlo, velocemente. Mi ha aiutato non poco in questo Pierangelo di Treviso, al suo quarto Passatore, in crisi muscolare, che camminava anche lui con me, di lena. Ma non riuscivo più a poggiare il piede. E così ho preso a camminare con i talloni, con i piedi di lato. Non so come spiegare. Volevo arrivare. Non ne volevo sapere di fermarmi. Mia moglie Claudia ogni 5 km mi aspettava in auto, silente, a darmi forza a seguirmi e incitarmi di non mollare. E poi dal 90esimo in poi, a ogni km per segnare il passo.

Ho avuto voglia di lasciare perdere tante e tante volte ma andavo avanti, anche grazie alla serenità di Pierangelo che mi aspettava e mi incitava (grazie amico runner). passatorericAl 95esimo mi sono fermato in un posto medico. Mi hanno bucato le vesciche e medicato. Ho ripreso a camminare. L’alba è arrivata. In fondo sono ancora in linea con il mio obiettivo. Dai ne mancano solo 5 di km. Nell’ultimo pezzo del mio viaggio alla ricerca della forza interiore – che c’è, c’è ed è tanta anche quando ti sembra di non farcela o di morire dal dolore a ogni passo come me ora – ho incontrato Patrizia, maratoneta di Roma in crisi anche lei per la fatica. Abbiamo percorso assieme gli ultimi chilometri fino a Faenza. Avrei voluto correre. Almeno alla fine. Arrivare di spinta. Che ne so l’ultimo chilometro, almeno gli ultimi cento metri. Ma niente. Non riesco a poggiare la pianta del piede. Impossibile correre. Gli ultimi 30 km del mio viaggio al Passatore sono stati un lungo rosario, ogni passo qualcosa da offrire, un pensiero per qualcuno.

Il giorno prima di partire, a Bologna, per caso ho incontrato un ragazzo che aveva fatto più volte questa gara. Mi ha fatto i complimenti con gli auspici migliori. E mi ha salutato con una frase che mi si è stagliata dentro e che ora, più che mai, sento vera sulla mia pelle dolorante: “Vedrai arriverai morto, esausto. Ma arrivare ti darà un’energia, una energia interiore che durerà un anno intero”. E’ così. E’ questa la magìa di questa “Olimpiade della follia” che infine ho concluso. Sono felice di esserci riuscito. Ringrazio tutti quelli che a vario titolo mi sono stati vicini e mi hanno dato una mano durante il percorso.  Alessio, Massimiliano, Patrizia, Pierangelo, Claudia, Leo e Deborah, Ennio “il senatore”, Roberto, Massimo, Paolo, Lorenzo e tutti gli altri incontrati per strada.  Le mani, gli occhi, il cuore. “Vedrai, arriverai morto. Ma arrivare ti darà un’energia che durerà un anno intero”.

  • Paola |

    Leggere la tua esperienza e’stato come correre al tuo fianco.sono tutte sofferenze già vissute ma che noi runners non possiamo fare a meno!spero di incontrare anche io nel 2016 alla mia prima 100…qualche angelo custode che mi dia la forza di non mollare!sono carica ogni notte sogno questa sofferenza(non sono matta sono amo la corsa)che temo ma la desidero!!,complimenti ancora!

  • Silvana Lattanzio |

    grande Ric! Complimenti per la tua personale vittoria. È proprio un viaggio dell’anima.

  • Tarcisio |

    Non farò mai quello che hai fatto tu.
    Ma leggere quello che hai scritto è servito anche a me.

    Grazie amico.
    Tarcisio

  • stefano |

    grande Riccardo. quest’anno ho corso il passatore per la quinta volta . ritirato alla prima e concluso le altre 3 migliorando ogni volta. Come un bimbo ho provato il personale e sono saltato, ritirato….
    Adesso mi resta il rammarico per 12 lunghi mesi…..riprovo tra 4 anni, me lo regalo, salute permettendo, al sessantesimo!!!

  • Giuseppe Maldera |

    Bravo Riccardo !
    Anche io nel 2013 ho fatto i 30 km finali
    con le piante di entrambi i piedi distrutte completamente da vesciche grandi come mandarini, camminando quattro ore sui talloni fino a Faenza, capisco da vicino la tua sofferenza ed è stato bellissimo che non ti sei arreso, mi sento anche meno solo in quella esperienza.
    Appuntamento a Firenze per partire nel 2016. Giuseppe

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